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Roberta Palieri

Rubriche > Storie di isole

ISOLE CIES: QUANDO LA NATURA VINCE

di Roberta Palieri




Terre sensuali dalle forme sinuose nelle acque turchesi dell’Atlantico: le isole Cies sembrano desiderare lo sguardo altrui, apparentemente ritrose nella loro silenziosa intimità. Forse Esculapio non vi giunse, perché i romani costruirono altrove i santuari a lui dedicati, ma non ci sarebbe stato luogo più idoneo: soleggiato, rinfrescato dalla brezza marina, avvolto nel silenzio della natura. L’ideale per consentire cure e assistenza ai malati che, secondo un’antica tradizione, venivano guariti nel sonno da un sogno premonitore.
Ma la quiete meravigliosa di questo arcipelago è stata interrotta nel passato da ben altri invasori, che qui giunsero fin dal lontano Neolitico, quando vi sbarcarono le tribù celto-iberiche, che per prime le colonizzarono, costruendovi rudimentali insediamenti, precedendo i romani (forse anche i fenici e i greci) che qui giunsero nel II secolo d.C., e che vi rimasero fino al IV secolo d.C., per lasciare quel paradiso agli arabi, ai vichinghi e perfino ai pirati, che vi trovarono un luogo sicuro in cui rifugiarsi durante i saccheggi del vicino litorale costiero, quello della Galizia. Lo stesso Francis Drake sbarcò parte delle sue truppe proprio su quelle isole e rase al suolo il monastero benedettino di San Estevan. E non nel 1617 una flotta turca si ancorò di fronte alle coste delle Cies mentre veniva portata a termine una sanguinosa opera di distruzione di alcune località del litorale della Galizia.
Nell’ammirare oggi lo splendore rigoglioso delle Cies, tra spiagge di sabbia candida incastonate tra le rocce a picco sul mare, il manto verdeggiante che ne ricopre i declivi e le grida dei gabbiani e degli altri innumerevoli uccelli marini che le popolano, si fatica a credere a un passato così tormentato da conquiste, saccheggi, ruberie e incendi. Perché queste isole oggi sono un vero paradiso naturale, immemore di quel passato, se non per le poche tracce che ancora rimangono di quei tempi ormai lontani, un Eden protetto da una normativa molto severa che regola l’accesso dei visitatori (non più di 2.200 al giorno) e che limita l’unica struttura turistica a un piccolo campeggio, nei mesi da giugno a settembre. L’ideale, insomma, per preservare l’incanto delle tre Cies, Monteagudo, (“monte Aguzzo”), Illa do Faro (“Isola del faro”) e San Martino: 433 ettari di territorio che fanno parte del Parco nazionale marittimo-terrestre delle Isole atlantiche della Galizia insieme alle isole Ons, Salvora e Cortegada.
Protette da un clima incantevole, dove l’aria fresca portata dall’Atlantico stempera i raggi del sole più torrido, le Cies si trovano all’imbocco della ria di Vigo, profondo fiordo che s’incunea nell’entroterra con promontori e insenature dai colori caraibici, racchiuse da speroni di roccia che, secondo la leggenda, sarebbero affiorati per primi dopo il diluvio universale. La spiaggia di Rodas, la più bella e più famosa delle Cies, unisce le due isole maggiori, Monteagudo e Illa do Faro, con un lembo di sabbia candida, sullo sfondo del lago dos Nenos, mentre l’sola di San Martino è separata dalle altre da un canale, chiamato “porta del mare”. Non è certo un caso se Rodas è stata inclusa dal quotidiano britannico The Guardian tra le dieci spiagge più belle del mondo: non ha certo nulla da invidiare ai lidi esotici più conosciuti di ben altre latitudini.
Ombreggiate da pini ed eucalipti e da una vegetazione bassa che ricorda la macchia mediterranea, tra dune mosse dal vento e faraglioni rocciosi a picco sul mare, le Cies sono il paradiso perfetto di innumerevoli specie di uccelli, primi tra tutti i gabbiani, che qui hanno una delle colonie più popolose di tutta l’Europa, ma anche di cormorani e urie. La quiete, infatti, è assoluta e il cibo certo non manca, perché le acque dell’Atlantico sono ricche di pesci, molluschi e crostacei. Una ricchezza, quest’ultima, di cui approfittarono anche i pescatori e i contadini che le raggiunsero a metà del 1800, dopo un lungo periodo di oblio, durante il quale l’arcipelago era stato abbandonato alle scorrerie dei pirati e alle navi da guerra francesi e inglesi, che le usarono come rifugio. Ma l’aridità delle isole (i romani le avevano soprannominate “Siccae”, anche se le avevano abitate a lungo) scoraggiò presto i nuovi coloni delle Cies che iniziarono così a emigrare, per trasferirsi sulla terraferma: l’ultimo residente le lasciò negli Anni ’70. Ma è stato quello il primo segnale della vittoria delle Cies, che, al contrario di altri splendidi paradisi in tutto il mondo, non sono state dimenticate, ma, anzi, sono state dichiarate un parco naturale nel 1980: i saccheggi e le ruberie del passato non hanno infatti distrutto l’anima di queste isole, e la loro natura è ritornata ad essere sovrana assoluta, così com’era ai primordi, giustamente vittoriosa contro chi ne aveva minacciato l’incanto.
Forse nelle oscure e misteriose “furnas”, le profonde grotte marine che si aprono sulla costa ovest, si annida l’antico spirito notturno della mitologia celtica, che accende il desiderio sotto forma di piuma. E sfiorando un profondo sonno secolare, ha risvegliato le Cies, rendendole di nuovo bramose di serenità e di bellezza, per tornare ad essere parte di quel meraviglioso mondo che è la natura.




SANCTI-PETRI, L’ISOLA CHE DIVENTA ROMANZO

di Roberta Palieri




Tutto il resto è romanzo, letteratura. Una frase consueta per questo millennio, in cui sembrano non esistere più il tempo e lo spazio per filtrare la realtà con il sogno e l’immaginazione. Ma basta una briciola di fantasia per trasformare un luogo relegato all’oblio in un microcosmo denso di magiche suggestioni. Come Sancti-Petri, isola minuscola che si erge solitaria e silenziosa nell’Atlantico, di fronte a Cadice, nel profondo Sud della Spagna.
La memoria può andare indietro anche solo di pochi decenni per assaporare atmosfere ormai perdute, al tempo in cui le donne di questa zona dell’Andalusia coglievano l’attimo fuggente dell’alta marea in quel ramo della laguna di Cadice che qui forma un’ansa larga, percorsa da forti correnti: a poca distanza dalla riva, con l’acqua alle ginocchia, sollevavano le lunghe gonne e aspettavano che i pesci, portati dal crescente flusso ondoso, arrivassero copiosi dalle vastità dell’Atlantico, per racchiuderli nelle vesti come fossero delle reti. Poi tornavano alle loro case di calce bianca sulla penisola che allora ospitava un piccolo borgo di gente umile e solerte, ma desiderosa di riposarsi all’ombra delle palme, disposte in filari sulle strade di sabbia.
Il tempo è stato inclemente. Ora quel villaggio è in rovina e presto verrà smantellato per allargare il moderno centro nautico che è già stato realizzato lungo il litorale. E l’isola omonima, chiamata anche Isla del Castillo, è un lembo di roccia a poche centinaia di metri dalla costa che ostenta con l’ultimo brandello di orgoglio rovine oscure e misteriose, ma cariche di storia. La memoria deve compiere viaggi assai più lontani nel tempo per conoscere il fascino delle sue origini.
Situata all’imboccatura di uno dei canali naturali che si irradiano dalla laguna di Cadice, questa piccola isola simboleggia la storia della Costa de la Luz, nome non casuale di un litorale che gode infatti di un clima mite, illuminato da una luce chiarissima e accecante in ogni stagione. Proprio la sua particolare posizione attirò l’attenzione degli antichi navigatori, per primi i greci che la scelsero per fondarvi uno dei santuari più importanti dedicati a Ercole, all’epoca della guerra di Troia, nel XII secolo a. C. Nel cuore del tempio, al centro dell’isola, un fuoco perpetuo ardeva senza posa, gelosamente custodito dai sacerdoti che avevano il compito di impedire l’accesso alle donne e di sorvegliare i rituali sacrificali che i navigatori giunti da lontano compivano sull’altare, sovrastato da imponenti colonne bronzee. Non è un caso se il tempio di Ercole ebbe visitatori illustri, come Annibale, che vi giunse per propiziarsi il favore degli dei prima della guerre contro Roma, e Giulio Cesare che, secondo la leggenda, fu ispirato da una visione premonitrice sulla conquista che desiderava portare a termine. Altrettanto famosi erano i pozzi d’acqua dolce, il cui volume aumentava o decresceva in senso inverso a quello della marea. Gli studiosi dell’epoca, partendo dall’osservazione di quel fenomeno, lo collegarono per la prima volta alle fasi lunari.
Questo magico luogo conobbe il periodo di massimo splendore nell’epoca romana, al tempo dell’imperatore Adriano, durante il quale fu costruita una strada che univa l’isola con Cadice e i cui resti sono visibili ancora oggi con la bassa marea, offuscati dal tempo e dai detriti sabbiosi. Ma la storia successiva non aveva in serbo per Sancti Petri un destino altrettanto illustre: a partire dal IV secolo iniziò un lungo periodo di decadenza, che toccò il culmine più oscuro con la dominazione dei visigoti. Nei secoli seguenti i tesori del tempio di Ercole vennero trafugati e l’azione erosiva del mare portò a termine la sua distruzione, relegando all’oblio anche la leggenda e il mito.
Nel secolo XVI Sancti-Petri conobbe un momento di rinascita, perché sulle rovine del tempio di Ercole fu costruito un castello a scopo difensivo contro le incursioni dei pirati, ma quella nuova epoca di splendore durò pochi secoli, solo fino ai primi del 1800, quando le truppe napoleoniche posero sotto assedio il castello quasi distruggendolo, tra il 1810 e il 1812. Le rovine che ancora oggi occhieggiano dalle rocce dell’isolotto, sono gli ultimi resti di quel maniero, lasciato all’incuria del tempo e dei maldestri visitatori dei nostri giorni, che in barca raggiungono la piccola spiaggia dell’isola per chiassosi picnic vacanzieri.
L’isola resiste, incurante della noncuranza della gente, alle violenti correnti dell’oceano, che sbattono onde schiumose contro quella esile barriera di rocce che sorge dal mare delimitando un’esotica laguna dalle acque trasparenti. Di fronte un litorale di spiagge infinite dalla sabbia dorata, nella stagione estiva affollate e rumorose, ma nuovamente silenziose dopo l’orgia turistica di agosto. Una quiete interrotta solo dalle sferzate del vento di Levante, che spazza e rimodella le dune del litorale e che s’incunea tra le vetuste rovine dell’isola, magica eco delle voci di coloro che qui giunsero da lontano. Voci che si stanno perdendo nel volgere impetuoso di un tempo che non vuole ricordare il passato nel romantico brivido dell’immaginazione.



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